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Il debutto alla regia di Julie Pacino: "I Live Here Now" tra psiche e trauma

Julie Pacino, esordiente alla regia, presenta il suo film "I Live Here Now", un'opera cinematografica che indaga le intricate dinamiche tra la dimensione reale e quella della memoria, tra la ricerca dell'identità e l'elaborazione del trauma. Dopo aver catturato l'attenzione al Fantasia International Film Festival di Montréal e aver fatto il suo passaggio a Locarno, questo thriller psicologico al femminile approda all'edizione del FIPILI Horror Festival. La pellicola, che vede la partecipazione di Sheryl Lee, icona di "Twin Peaks", rappresenta per la regista un'affermazione di autonomia artistica, distinguendosi dall'ombra dell'illustre padre Al Pacino, e offre un'immersione profonda nelle profondità dell'animo umano.

La trama si snoda attorno a Rose, interpretata da Lucy Fry, un'attrice che affronta una profonda crisi esistenziale e professionale, trovando rifugio in un motel desolato nel deserto californiano. Questo luogo, apparentemente fuori dal tempo, si rivela presto un labirinto mentale dove i confini tra ciò che è tangibile e ciò che è frutto dell'immaginazione si dissolvono. Ogni angolo del motel custodisce frammenti del suo passato, e le figure che incontra si trasformano e si sdoppiano, riflettendo il suo stato d'animo alterato. Il film diviene così un viaggio introspettivo, una discesa negli abissi della psiche di Rose, che la porta a confrontarsi con i suoi demoni interiori e le sue colpe in una serie di visioni che mescolano il quotidiano con l'irreale. Il motel stesso diventa un simbolo potente della mente umana, con i suoi corridoi senza uscita, le porte chiuse e i ricordi celati, portando Rose a scoprire che la vera battaglia non è esterna, ma si svolge dentro di sé.

Il film di Julie Pacino è una riflessione toccante sulla capacità dell'arte di affrontare e trasformare il dolore, proponendo un percorso di confronto con le proprie ferite interiori per raggiungere una forma di catarsi e di rinnovamento. "I Live Here Now" trae origine da un progetto fotografico e una serie di NFT, che hanno permesso alla regista di esplorare nuove prospettive narrative e di finanziamento. La scelta di girare su pellicola, sia 35mm che 16mm, conferisce all'opera un'estetica analogica e materica, che la regista descrive come "imperfetta ma bellissima". Questa tecnica, unita a un uso audace dei colori saturi e delle luci contrastate, evoca maestri del cinema visionario come David Lynch e Dario Argento, ma con una voce autoriale distintiva e femminile. Il film, con la sua struttura narrativa non lineare, invita lo spettatore a un'esperienza sensoriale e onirica, un viaggio nell'inconscio che, pur attingendo all'horror e al thriller psicologico, mira a esplorare temi di guarigione e rinascita, dimostrando come l'arte possa essere uno strumento potente per la scoperta di sé e la trasformazione del buio in luce.