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Il Ritorno Trionfante della Segale del Matese: Un Presidio Slow Food per la Biodiversità e la Tradizione

Un'antica varietà di segale, la Sècena del Matese, che per secoli ha prosperato nelle regioni meridionali d'Italia, è stata strappata dall'orlo dell'oblio. Grazie a un'iniziativa congiunta di agricoltori, accademici e l'autorevole organizzazione Slow Food, questa preziosa coltura ha riconquistato il suo meritato posto, non solo come fonte di sostentamento ma anche come simbolo della biodiversità locale. La sua rinascita evidenzia l'importanza di preservare le tradizioni agricole e di promuovere un consumo più consapevole, riportando in auge sapori autentici e contribuendo al benessere del territorio e delle comunità.

Il Riscatto della Sècena del Matese: Dalla Storia alla Tavola del Presente

Nei fertili territori del sud Italia, in particolare nelle affascinanti province di Benevento, Caserta, Isernia e Campobasso, un cereale antico e resistente, la Sècena del Matese, è tornato a fiorire con rinnovato splendore. Questa particolare varietà di segale, giunta in queste terre nel lontano Alto Medioevo, probabilmente attraverso i Longobardi e successivamente i Franchi, ha rappresentato per lungo tempo un pilastro dell'alimentazione locale. La sua capacità di prosperare anche nelle altitudini più elevate, dove il grano faticava, unita alle sue inconfondibili proprietà organolettiche, la rendeva un bene prezioso per le comunità montane.

Tuttavia, nell'epoca del secondo dopoguerra, con l'avvento di nuove tipologie di farine e un'evoluzione dei gusti dei consumatori, la Sècena è stata progressivamente messa da parte. Molti campi sono stati riconvertiti a coltivazioni più remunerative o, nel peggiore dei casi, abbandonati, relegando la segale a mero foraggio per gli animali. Come amaramente ricordato da Costantino Leuci, una figura chiave e referente Slow Food per questo nuovo e fondamentale Presidio, il celebre 'pane nero' quasi scomparve dalle tavole.

Ma la svolta è arrivata negli anni più recenti. Grazie all'impegno instancabile di alcuni agricoltori illuminati, veri custodi di questa tradizione, e alla preziosa collaborazione con la prestigiosa Università Federico II di Napoli, la superficie destinata alla coltivazione della Sècena ha iniziato a espandersi. Il numero di produttori coinvolti è cresciuto, abbracciando ora nove aziende agricole, tutte animate dalla medesima passione e visione.

L'obiettivo primario di questa iniziativa è stato il recupero della coltivazione per il consumo umano, creando un ponte virtuoso tra i produttori e i trasformatori. «Con l'aiuto di Slow Food, siamo riusciti a realizzare questo ambizioso progetto», afferma Leuci con orgoglio. Il coinvolgimento di pizzaioli, panificatori, un pastificio e persino un birrificio, tutti desiderosi di integrare la Sècena nelle loro creazioni culinarie, ha dato nuova vita a questo cereale.

La semina della Sècena avviene tra la fine di settembre e l'inizio di novembre, a seconda dell'altitudine, mentre la raccolta si estende da fine giugno ai primi di agosto. Una volta macinata a pietra, questa farina unica viene ora sapientemente utilizzata da chef, pizzaioli e artigiani del cibo. Le loro mani sapienti trasformano la Sècena in pane fragrante, pizze innovative, pasta dal sapore ricco e altre specialità che narrano la storia di un territorio eccezionale, il Parco Nazionale del Matese, ufficialmente riconosciuto lo scorso aprile, un vero e proprio elogio alla biodiversità e all'eccellenza italiana.

La vicenda della Sècena del Matese ci offre una profonda riflessione sulla resilienza delle tradizioni e sul valore inestimabile della biodiversità. In un'epoca dominata dall'omologazione e dalla produzione su larga scala, il successo di questa iniziativa di Slow Food dimostra che è possibile, e anzi necessario, invertire la rotta. È un richiamo a riscoprire e valorizzare ciò che è autentico, sostenendo le comunità locali e garantendo che i sapori e le storie del nostro passato continuino a nutrire il nostro futuro. Questo è un vero e proprio esempio di come la collaborazione tra persone e istituzioni possa non solo salvare ma anche celebrare un patrimonio agricolo e culturale unico.