La Francia si configura come un precursore, segnalando l'emergere di una spirale populista in cui la pressione per i tagli fiscali destabilizza i governi, alimentando la sfiducia generale. Questa condizione favorisce l'ascesa di movimenti populisti, che a loro volta innescano la paura nei mercati finanziari. Le recenti dimissioni di François Bayrou, avvenute dopo la bocciatura del suo piano di riduzione del deficit, non rappresentano un isolato scontro politico parigino, ma un campanello d'allarme per l'intero mondo occidentale. L'erosione dei servizi pubblici e sociali, unita alla crescente diffidenza verso l'establishment, sta creando un terreno fertile per l'avanzamento di queste forze politiche.
Questo meccanismo perverso è piuttosto semplice: l'elevato debito pubblico costringe i governi a implementare politiche di consolidamento fiscale, che spesso si traducono in tagli significativi ai servizi essenziali. I cittadini, percependo un deterioramento della qualità della vita, perdono fiducia nella classe politica e sviluppano un profondo senso di risentimento. In questo contesto, i partiti populisti si affermano, promettendo riforme radicali e proponendo narrazioni semplificate, che spesso individuano le élite corrotte e i migranti come capri espiatori. Tale ascesa turba i mercati finanziari, che reagiscono aumentando i costi di finanziamento per gli stati. L'incremento della spesa per gli interessi sul debito riduce ulteriormente i bilanci pubblici, rendendo necessari nuovi tagli e perpetuando così il ciclo.
I dati attuali mostrano che, in media, i deficit fiscali nei Paesi OCSE hanno raggiunto il 4,6% del PIL lo scorso anno, superando significativamente il 2,9% pre-pandemico. I pagamenti degli interessi assorbono ora oltre il 3% del PIL, una cifra quasi equivalente a quanto i membri della NATO prevedono di destinare alla difesa entro il 2035. Mentre gli obbligazionisti esprimono preoccupazione, gli elettori mostrano una crescente insofferenza verso ulteriori misure restrittive. Questa situazione è particolarmente evidente in Francia, ma il fenomeno non è circoscritto ai suoi confini. Le ricerche indicano che in Italia, i partiti populisti hanno ottenuto maggiore consenso nelle aree dove i servizi locali hanno subito i tagli più severi. Analogamente, nel Regno Unito, le circoscrizioni con una marcata riduzione dei servizi sanitari nazionali hanno mostrato un netto spostamento verso partiti come Reform UK di Nigel Farage. Questo suggerisce che il malcontento degli elettori non è scaturito da astrazioni economiche, ma da esperienze concrete e quotidiane, come la chiusura di cliniche, la riduzione degli organici di polizia o il degrado delle scuole.
La pericolosità della spirale populista è amplificata dall'attuale contesto globale. Diversamente dal periodo post-crisi del 2007-2009, quando i governi potevano ritardare il consolidamento grazie a finanziamenti a basso costo e ai programmi di allentamento quantitativo delle banche centrali, questo \"cuscinetto\" è ormai scomparso. I rendimenti dei titoli di stato a lungo termine hanno raggiunto livelli elevati, con un aumento significativo dei tassi. Questo non è un capriccio degli investitori, ma una rivalutazione del rischio sovrano. Il pericolo risiede nel fatto che l'incertezza politica può amplificare ulteriormente questa rivalutazione: più i partiti populisti avanzano, più i mercati diventano scettici sulla capacità dei governi di mantenere la disciplina fiscale.
I governi occidentali si trovano di fronte a un dilemma. Da un lato, l'invecchiamento della popolazione richiede un aumento della spesa per pensioni e sanità, mentre le tensioni geopolitiche impongono maggiori investimenti nella difesa. Dall'altro, gli elettori, disillusi da anni di declino dei servizi pubblici, sono poco propensi ad accettare nuove tasse. Le risposte finora adottate sono spesso insufficienti o controproducenti. Si corre il rischio, in particolare in Europa, di ripetere errori passati, impoverendo i servizi pubblici e alimentando ulteriormente quel populismo che spaventa i mercati. La caduta del governo francese è un chiaro monito: la sola austerità non è una soluzione sostenibile. Per spezzare questo ciclo, le democrazie occidentali devono investire in crescita, innovazione, istruzione e capitale umano, oltre ad attrarre talenti dall'estero. Solo così si potranno affrontare le pressioni fiscali senza compromettere i servizi essenziali e si potrà arginare la politica del risentimento, che altrimenti continuerà a penalizzare chi ignora le esigenze reali dei cittadini.
