Il dibattito contemporaneo sulla riorganizzazione della medicina di base impone un'analisi approfondita che superi soluzioni frammentarie, integrando invece gli interventi in un disegno complessivo di rinnovamento per l'intero sistema di assistenza sul territorio. Una vera e propria 'grammatica del cambiamento' è indispensabile: un approccio coerente, tangibile e capace di rispondere in maniera olistica alle sfide attuali. Evitare le retoriche stantie e le contrapposizioni ideologiche è fondamentale per concentrarsi sui nodi cruciali di questa trasformazione. Non si tratta solo di colmare lacune, ma di ripensare il ruolo e la formazione del professionista, favorendo un contesto in cui le sinergie professionali possano fiorire, per un servizio sanitario pubblico che ponga al centro il benessere del cittadino.
Nel contesto attuale, dominato da accese discussioni, i medici di famiglia rischiano di sentirsi più sotto esame che figure centrali di un'evoluzione necessaria. Tuttavia, una vera riforma non può nascere da slogan effimeri, ma richiede la costruzione di un nuovo paradigma per il lavoro sanitario. Questo si fonda su rapporti solidi, un'organizzazione avanzata e una prospettiva olistica dell'assistenza. Rilanciamo la visione delineata nel 'Libro Azzurro', sostenendo che un'autentica riorganizzazione delle Cure Primarie impone un ripensamento profondo di modelli, ruoli, e visioni, e soprattutto, una rivisitazione del sistema in cui queste figure sono inserite, riconosciute e messe nelle condizioni di operare efficacemente in sinergia.
La proposta del 'Libro Azzurro' non intende il medico di base come fulcro assoluto della riforma, bensì come un elemento cruciale per la sua attuazione. Non è possibile innovare l'assistenza territoriale senza ridefinire il ruolo, il percorso formativo e la collocazione istituzionale del medico di medicina generale. Per noi, l'inserimento pubblico è imprescindibile, ma non autosufficiente. Siamo a favore del superamento dell'attuale convenzione e del passaggio a un regime di dipendenza pubblica, non come scopo finale, ma come mezzo sistemico per integrare il lavoro del medico di base nell'organizzazione pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, affiancandolo agli altri professionisti delle cure primarie. Ciò garantirà la tutela del professionista (ad esempio, malattia, maternità, possibilità di part-time, ferie, TFR), promuovendo corresponsabilità e un rapporto orizzontale tra le diverse professioni. Consentirà inoltre di abbandonare la logica prestazionale individuale in favore di un lavoro in équipe territoriale stabile e di migliorare la governance, e di conseguenza la qualità, dei servizi sanitari sul territorio.
La formazione riveste un ruolo cruciale in questo processo di rinnovamento. Attualmente, il percorso formativo per la medicina generale non è riconosciuto come una specializzazione universitaria, ma è gestito a livello regionale con criteri gestionali poco trasparenti, retribuzioni insufficienti e obiettivi formativi non sempre chiari. Nonostante quasi quarant'anni dalla sua istituzione, manca ancora un programma didattico nazionale che sia in linea con i principi europei e che traduca in pratica le opportunità che essi offrono. Inoltre, il programma formativo non è integrato con il mondo universitario e alla medicina generale non viene riconosciuta la stessa rilevanza delle altre discipline all'interno dei corsi di laurea in medicina e chirurgia. Questo la rende marginale sia nella preparazione dei futuri medici, sia nella produzione di conoscenze e nella ricerca, diminuendo l'attrattiva del percorso per le nuove generazioni. È indispensabile superare queste criticità. Riformare realmente la formazione significa costruire un solido legame tra servizi, comunità e università. Le Case della Comunità e i Distretti devono trasformarsi in veri e propri centri di ricerca e formazione contestualizzata, con un coinvolgimento strutturato del mondo accademico e un approccio pratico ancorato ai contesti reali.
Il fulcro di questa riforma risiede nell'équipe di base, non nel singolo professionista. L'efficacia della presa in carico e la capacità di risoluzione degli interventi nelle Cure Primarie dipendono strettamente dal lavoro integrato e collaborativo dell'équipe. Il medico di medicina generale collabora con operatori di comunità, infermieri, psicologi, OSS, segretari clinici, assistenti sociali e specialisti. Ogni équipe opera all'interno di una microarea, condividendo strumenti, dati e obiettivi, interagendo con altri professionisti assegnati alla stessa popolazione e interfacciandosi con i cittadini attraverso il front office della Casa della Comunità. La cura diventa così un processo condiviso, superando la mera logica prestazionale individuale.
Il 'Libro Azzurro' propone un modello di presa in carico che non si basa sulla libera scelta intesa come libero mercato, dove il paziente è un consumatore di prestazioni. Al contrario, ogni persona è seguita da un'équipe di riferimento all'interno della sua microarea geografica (che comprende da 4.000 a 10.000 residenti), secondo un'organizzazione basata sull'analisi dei bisogni e delle risorse locali, e che pianifica risposte e percorsi di cura coerenti. Il rapporto di fiducia non nasce da una scelta individuale isolata, ma si costruisce all'interno della comunità, coinvolgendo sia i cittadini sia i professionisti sanitari, e si fonda sulla continuità dell'assistenza e delle informazioni. Il paziente può cambiare équipe per incompatibilità, ma rimane all'interno del sistema della sua comunità di appartenenza. Questo modello è maggiormente in linea con la logica del Servizio Sanitario Nazionale: universale, equo e radicato nel territorio, promuovendo la salute pubblica anziché una logica di mercato.
Tuttavia, questa spinta riformatrice si scontra con un contesto politico spesso contraddittorio e talvolta sfavorevole. Come osservato da diversi esperti e operatori del settore, le politiche governative attuali non sembrano valorizzare appieno il quadro strategico delineato dal DM 77/2022. Al contrario, si è consolidata una visione orientata verso una progressiva privatizzazione dei servizi territoriali, spesso accompagnata dalla retorica delle \"farmacie dei servizi\" e da un indebolimento strutturale dell'offerta pubblica. Questo scenario rischia di vanificare l'opportunità di trasformazione offerta dal PNRR e di relegare ulteriormente la medicina generale ai margini del Servizio Sanitario Nazionale, proprio nel momento in cui sarebbe necessaria una sua piena rifondazione. Questa disconnessione tra gli obiettivi di riforma e le attuali direzioni politiche minaccia di compromettere il potenziale di miglioramento delle cure primarie e di indebolire ulteriormente il sistema sanitario pubblico.
