Il recente Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale, che copre il periodo 2025-2030 e che ha visto la luce per iniziativa del Ministero della Salute, rappresenta un tentativo di aggiornare le linee guida precedenti, risalenti al 2013. Nonostante la sua trasmissione con l'intento di un'adozione unanime tra Governo e Regioni, il testo ha già generato un acceso dibattito e diverse perplessità tra gli addetti ai lavori. Questa analisi si propone di esaminare alcuni aspetti salienti del documento, evidenziando sia i punti di forza che le criticità, con l'obiettivo di contribuire a una discussione costruttiva per affinare le strategie operative e garantire un approccio più efficace e inclusivo alla salute mentale nel Paese. La discussione verte in particolare sulla struttura del piano, l'efficacia delle sue proposte e l'adeguatezza delle risorse a disposizione.
Il documento in questione si articola in una breve premessa seguita da sei sezioni tematiche, ognuna delle quali si concentra su un'area specifica ritenuta fondamentale per l'implementazione delle politiche di salute mentale. Queste aree spaziano dalla promozione, prevenzione e cura, alla salute mentale in età evolutiva e durante il passaggio ai servizi per adulti. Vengono inoltre trattati temi delicati come la salute mentale nel contesto penitenziario, la gestione del rischio e la sicurezza, l'integrazione socio-sanitaria e, infine, la formazione e la ricerca. Un punto di forza iniziale risiede nell'inquadramento della salute mentale all'interno di una visione unitaria della salute, coerente con l'approccio 'One Health' e basata sull'evidenza scientifica, purtroppo il piano non tiene conto delle necessità di trasformazione dei servizi di salute mentale, riportate in un rapporto successivo dell'OMS (2022). Tuttavia, si nota una potenziale distorsione nell'enfasi data ad alcuni capitoli, in particolare quelli legati alla sicurezza, che costituiscono un terzo dell'intero testo. Questa attenzione sproporzionata rischia di alimentare stereotipi e di associare intrinsecamente i disturbi mentali a concetti di pericolosità, contraddicendo l'obiettivo dichiarato di combattere lo stigma. Le statistiche del Sistema Informativo Salute Mentale per il 2023, pur allarmanti per la riduzione di strutture e personale, sembrano rimanere un dato isolato, senza una chiara ripercussione sulle indicazioni operative, dato che il piano non prevede nuovi oneri a carico della finanza pubblica.
Un aspetto cruciale del piano è l'approccio alla prevenzione. Se da un lato l'importanza della prevenzione è riconosciuta, dall'altro si evidenzia una predilezione per interventi mirati agli stili di vita individuali, trascurando le determinanti sociali e relazionali della salute mentale. Questo approccio riduttivo non solo minimizza il ruolo cruciale dell'integrazione socio-sanitaria, ma delega eccessivamente ai Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) compiti che richiederebbero una visione più ampia e sistemica. La letteratura scientifica più recente sottolinea l'importanza dell'equità e delle determinanti sociali (Kirkbride et al, 2024; McGinty, 2024), aspetti che il documento sembra non aver pienamente recepito. Per una prevenzione più efficace, sarebbe fondamentale distinguere chiaramente tra prevenzione primaria, secondaria e terziaria, e, all'interno della primaria, tra interventi universali, selettivi e indicati. Un'azione preventiva coerente e monitorata, integrata in una visione 'One Health', eviterebbe la frammentazione degli interventi e massimizzerebbe l'efficacia, evitando di confondere o equiparare la prevenzione legata agli stili di vita con quella sui determinanti sociali, una semplificazione che può rafforzare lo stigma associando indirettamente i determinanti sociali a stili di vita inadeguati.
Il piano delinea tre modelli organizzativi per la gestione dei percorsi assistenziali delle persone con disturbi mentali, con il DSM al centro come servizio integrato e inclusivo. Questi modelli prevedono la collaborazione/consulenza con altri servizi per utenti che non necessitano di cure specialistiche continue, l'assunzione in cura per chi richiede trattamento specialistico ma non interventi complessi, e la presa in carico per utenti con bisogni complessi che necessitano di un approccio multidimensionale. Per la realizzazione di questi percorsi, si propongono servizi con livelli di intensità crescente: dall'assistenza primaria nelle Case di Comunità, alla presa in carico da parte dei Centri di Salute Mentale, all'assistenza specialistica ospedaliera o residenziale, fino alle reti specialistiche di Area Vasta. Tuttavia, l'integrazione tra DSM e cure primarie presenta delle ambiguità. L'idea di un'équipe del DSM operante nelle cure primarie, che include psichiatri, psicologi e infermieri, rischia di essere interpretata come una 'colonizzazione' e appare irrealistica in termini di risorse attuali. Il modello 'stepped care', citato come riferimento, sembra frainteso, in quanto concepito nel piano come una modalità di intervento del DSM, mentre nella sua concezione originale prevede che la risposta ai disturbi mentali comuni parta dalle cure primarie con un approccio graduale e personalizzato, ricorrendo ai servizi specialistici solo per i casi più complessi. Questo suggerisce una mancanza di recepimento delle raccomandazioni della Consensus Conference italiana sulle terapie psicologiche per ansia e depressione (Istituto Superiore di Sanità, 2022).
Inoltre, l'importanza attribuita al DSM non si traduce in una chiara definizione del suo modello organizzativo interno. È fondamentale ribadire la necessità di una rete di servizi comunitari, diffusi, accessibili e di dimensioni contenute, che operino in un territorio ben delimitato per favorire l'interazione con la comunità, i servizi sociali e le cure primarie. Un DSM organizzato per ASL, con unità territoriali complesse per ogni distretto, potrebbe essere una soluzione adeguata. I servizi comunitari dovrebbero coprire l'intero spettro degli interventi, dai ricoveri ospedalieri alle terapie domiciliari, dalle residenzialità al supporto per l'abitare e il lavoro. È cruciale che tutti i rami del DSM forniscano interventi di qualità basati sull'evidenza e che offrano livelli elevati di specializzazione. Affermare che l'assistenza specialistica sia esclusiva dei servizi ospedalieri o residenziali è impreciso; tutte le cure dovrebbero essere integrate in un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale unico, senza barriere tra i servizi. Anche le REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) dovrebbero essere integrate nei dipartimenti.
Infine, la questione delle risorse è un punto dolente. Il Piano non affronta in modo esauriente il tema dei finanziamenti, limitandosi a fare riferimento agli standard del 2022, che sono inadeguati per la situazione attuale. La percentuale del 3,49% del finanziamento destinata alla salute mentale nel nostro paese non solo è al di sotto dell'obiettivo del 5% recentemente concordato tra Stato e Regioni, ma è insufficiente per garantire la sopravvivenza di servizi di salute mentale di qualità. Sebbene la quantità non garantisca intrinsecamente la qualità, è impensabile che il Piano non proponga soluzioni concrete, seppur graduali, a questo problema critico. Sebbene il documento contenga aspetti positivi, come l'attenzione alla formazione e alla ricerca, la revisione delle criticità sollevate è essenziale per trasformare il Piano in uno strumento realmente propulsivo per il cambiamento nel settore della salute mentale.
